Roberta ricattata (2002), p.13b – La laurea di una schiava II

Il pomeriggio passo’ veloce. Roberta preparo’ gli ultimi documenti per la
tesi, stampo’ i lucidi, ripasso’ ancora una volta la sua presentazione.
Fortunatamente, Alberto era partito in gita scolastica, cosicche’ Roberta
pote’ concentrarsi sul proprio lavoro. Verso le sette del pomeriggio, entro’
in camera Anna, sua madre.

– Dobbiamo cenare un po’ presto, oggi, tesoro – le disse. – Dopo cena verra’
a farci visita un cliente.

Roberta annui’, ignorando il tono preoccupato della madre. Da quando i
genitori di Roberta avevano aperto un’attivita’ commerciale, in molte
occasioni Roberta aveva avuto l’impressione che ci fosse qualche problema.
Li aveva sentiti discutere, e una volta aveva persino avuto l’impressione
che sua madre piangesse, nella sua stanza. Tuttavia, Roberta aveva deciso di
non chiedere nulla; sentiva di non poter reggere piu’ preoccupazioni di
quelle che la sua situazione personale gia’ le causava. Anche questa volta,
non chiese nulla. – Va bene, mamma, arrivo subito, – disse.

A tavola, il silenzio era quasi palpabile, e Roberta, che non sopportava la
tensione, cerco’ di intavolare una discussione sulla gita di Alberto. Quando
furono giunti all’ultima portata, mentre Roberta stava parlando, il padre,
Sergio, fece un gesto con la mano. – Scusaci, tesoro, – disse, – ma e’ ora
di sparecchiare. Il signor Marchi sara’ qui fra meno di mezz’ora.

Sentendo quel nome, Roberta ammutoli’ di colpo. – Stai bene? – le chiese sua
madre, vedendola impallidire. – Si, mamma, – mormoro’ lei, – sono solo
stanca. Andro’ in camera mia, se non vi spiace.

Anna sorrise. – Certo, – le disse. – In ogni caso, sai, faremo solo una
noiosa discussione di lavoro.

Roberta aiuto’ la madre a sparecchiare, e poi si reco’ in camera sua. Il
cuore le batteva forte. Si sedette sul letto, e cerco’ di tranquillizzarsi.
Non c’era motivo di pensare che si trattasse di quel Marchi, l’uomo che
aveva incontrato nella villa di Carlo, e che aveva abusato di lei,
trattandola come una serva. Poteva essere chiunque.

Quando senti’ suonare alla porta, tuttavia, decise che doveva togliersi il
dubbio. Cercando di non far rumore, si avvicino’ alla porta che separava la
zona notte dalla zona giorno, mettendosi a origliare. Quando senti’ la voce
dell’ospite, il sangue le si gelo’ nelle vene. Era la stessa voce… quella
voce…

Rimase ad origliare, con le ginocchia che le tremavano. Anna e Sergio fecero
accomodare l’ospite in salotto, cosa che rese piu’ difficile a Roberta
distinguere bene quello che veniva detto. Dopo alcuni convenevoli, i tre
iniziarono a discutere di affari. Roberta non era in grado di capire bene
cio’ che veniva detto, ma ebbe l’impressione che i suoi genitori parlassero
di un qualche problema che avevano avuto nel rispettare certe forniture.
Quando prese la parola il Marchi, facendo loro una sorta di proposta,
Roberta senti’ che il tono della voce dei suoi genitori cambiava
completamente, come se fossero sollevati e riconoscenti.

Dopo circa una decina di minuti, il Marchi si schiari’ la gola. – Ora,
vorrei che voi leggeste con calma i termini dell’accordo, – disse. – Se non
ci sono problemi, potremmo vederci dal notaio domattina presto. Vorrei
usufruire del bagno mentre esaminate questo documento.

Anna si offri’ di accompagnarlo, ma il Marchi rifiuto’, dicendo di non avere
molto tempo e che preferiva che leggessero il documento con calma insieme.

– D’accordo, – rispose Anna, – e’ la prima porta sulla sinistra…

Roberta si rese conto che il Marchi veniva da quella parte, e torno’ di
corsa in camera sua, chiudendo la porta delicatamente e sedendosi sul letto,
tremante. Senti’ la porta del corridoio che si apriva, e poi altre maniglie,
come se il Marchi, anziche’ dirigersi in bagno, stesse per qualche motivo
guardando in tutte le stanze. Quando la ragazza si rese conto di quello che
stava accadendo, era troppo tardi. Il Marchi aveva aperto la porta della sua
stanza, ed era entrato.

– Sono contento di trovarti in casa, – disse l’uomo. Roberta arrossi’,
incapace di parlare. Come al loro primo incontro, lo sguardo severo degli
occhi freddi e grigi del Marchi bastava a farla sentire completamente
impotente. L’uomo le si avvicino’. – Non sembri stupita di vedermi, – disse,
– suppongo che tu stessi origliando…

– I tuoi genitori sono molto contenti dell’affare che ho proposto loro, –
disse il Marchi. – Li salvera’ dalla rovina. Loro, comunque, restano due
stupidi falliti…

L’uomo sollevo’ le mani verso la camicetta di Roberta. La ragazza, come
paralizzata, ebbe appena un tremito istintivo, ma non le riusci’ di opporre
resistenza. L’uomo inizio’ a slacciarle i bottoni, velocemente. Le apri’ la
camicetta e le abbasso’ con forza le spalline del reggiseno, e poi le coppe,
denudandole i seni. – Toglilo, – le ordino’.

Pur non essendone certa, Roberta aveva l’impressione che l’accordo che il
Marchi aveva proposto ai suoi genitori avesse un prezzo, e che spettasse a
lei pagarlo. Senza dir nulla, si sfilo’ il reggiseno, senza togliere la
camicetta.

Il Marchi la guardo’ con calma, e le sollevo’ la gonna. – Anche quelle, –
disse, indicando le mutandine di Roberta. Arrossendo, la ragazza obbedi’. –
Vedo che adesso ti depili, – disse il Marchi, con tono di derisione. Roberta
abbasso’ il capo. – Si, signore, – disse.

L’uomo la osservo’. – Vorresti essere scopata qui e subito, con i tuoi
genitori dall’altra parte della parete?

– N… no… la prego, – mormoro’ Roberta. Sapeva che se il Marchi l’avesse
chiesto, lei avrebbe dovuto obbedire. Lui non replico’, e porto’ la mano
all’interno della propria giacca. – Non e’ stato facile nasconderlo, –
disse, – ma ne valeva la pena. – Con quelle parole, estrasse dalla tasca
della giacca un fallo di cuoio imbottito, lucido, di dimensioni mostruose. –
Fra circa dieci minuti, chiedero’ ai due falliti di presentarmi loro figlia.
Quando ti chiameranno, ti unirai a noi, e avrai questo infilato per intero
nella fica.

Appoggio’ l’oggetto alla bocca di Roberta. – E’… troppo… grosso… –
mormoro’ lei, ma il suo mormorio fu in parte soffocato dall’oggetto, che il
Marchi le spinse in bocca appena lei dischiuse le labbra per parlare. Il
fallo era cosi’ grosso che Roberta faceva quasi fatica ad aprire la mascella
a sufficienza per prenderlo. – Tutto, nella fica, – ripete’ lui. – Se non
stai in silenzio, decidero’ che lo devi avere in culo.

Roberta piangeva, ma non replico’, annuendo debolmente. Il Marchi le sfilo’
l’oggetto dalla bocca, lo uso’ come manganello per colpirle i seni un paio
di volte, e lo getto’ per terra. – Inoltre, procurati del nastro adesivo per
pacchi e usalo per spalancarti le labbra della fica. Sai cosa intendo.

– Si… signore, – mormoro’ ancora lei.

– Infine, – disse il Marchi, cavando di tasca due piccoli anellini di gomma
nera, e buttandoli sul letto, – questi sono per i capezzoli. Applicali alla
base del capezzolo. E togliti questa camicetta; indossa un golfino di
cotone.

L’uomo accarezzo’ il volto di Roberta. – Ti meriti tutto questo, – le disse,
– e lo sai. Sei figlia di pezzenti che volevano fare i soldi ma non erano
abbastanza intelligenti per farlo, e sei o eri fidanzata con un poveraccio
dello stesso calibro.

Si volto’, e si diresse alla porta. – Quando verrai di la’, trovero’ il
momento giusto per controllare se hai fatto tutto quello che ti ho ordinato.
Cerca di non deludermi.

Con queste parole, usci’ dalla stanza. Roberta si accascio’ sul letto, a
piangere. Molto presto, tuttavia, si rese conto che non aveva molto tempo.
Prese il mostruoso fallo di cuoio, tremando. L’oggetto aveva una
circonferenza di poco inferiore a una bottiglia di birra, ed era piu’ lungo.
Le sembrava impossibile che potesse entrare nella sua vagina. Prese un
rotolo di nastro adesivo da un cassetto della propria scrivania, un top di
cotone, e si reco’ in bagno, chiudendosi dentro.

Qui, si sedette sul bidet, spalancando le gambe. Tento’ di appoggiare la
punta del fallo di cuoio al proprio sesso, e di aprirsi la vagina piu’ che
poteva con due dita della mano libera. Vedendo che il tentativo era vano, si
riempi’ il palmo della mano di sapone liquido, e inizio’ a strofinare il
fallo di cuoio, come se stesse masturbando un uomo. Si rese conto di non
essere comunque abbastanza bagnata, onostante la sensazione di perverso,
detestabile piacere che i modi autoritari del Marchi, e l’umiliazione a cui
si stava sottomettendo, le facevano provare. Suo malgrado, inizio’ a
strofinarsi il grosso membro di cuoio sulla vagina, mentre si accarezzava i
seni e i capezzoli. Il suo sesso inizio’ a rispondere. Tento’ nuovamente di
metterselo dentro e questa volta, con sua sorpresa, vide che l’oggetto
iniziava a scivolare. La penetrazione era molto dolorosa, e le dilatava la
vagina nel modo piu’ osceno, ma Roberta sapeva di avere poco tempo.
Chiudendo gli occhi e stringendo i denti, spinse con forza. Grosse lacrime
le scivolarono dagli occhi chiusi lungo le guance mentre il terribile arnese
guadagnava, lentissimamente, un millimetro alla volta. Quando fu dentro per
un terzo, Roberta inizio’ a maneggiarlo, spingendolo ritmicamente dentro e
fuori, guadagnando nuovi centimetri a ogni penetrazione.

Dopo un tempo che le parve infinito, e dopo aver cosparso il fallo di cuoio
con altro sapone, riusci’ a infilarlo fino alla base. La vagina le doleva
atrocemente. Si asciugo’ le grandi labbra con l’asciugamano da bidet, e
strappo’ due grossi pezzi di nastro adesivo, che applico’ alle proprie
grandi labbra e alle proprie cosce, aprendosi come il Marchi aveva chiesto.

A questo punto, i suoi capezzoli si erano irrigiditi, e fu semplice, sebbene
doloroso, applicare gli anelli di gomma come le era stato chiesto.

Usci’ dal bagno proprio mentre suo padre stava venendo a cercarla. – Tesoro,
– le disse, – il signor Marchi gradirebbe conoscerti…

Nello sguardo di suo padre, Roberta vide una gioia che non aveva visto da
tempo. L’affare si stava concludendo felicemente e l’uomo ne era chiaramente
sollevato. – A… arrivo, papa’, – disse Roberta, fermandosi nel corridoio.
– Dammi solo un attimo…

Sergio guardo’ la propria figlia. – Si, certo, – le disse. – E…. metti un
reggiseno, tesoro.

Roberta arrossi’ violentemente. Era chiaro che suo padre si riferiva al modo
osceno in cui i suoi capezzoli, allungati dagli anelli che li stringevano
alla base, facevano capolino attraverso il tessuto del top. Annui’,
sforzandosi di sorridere, ma morendo di imbarazzo, e si chiuse in camera.
Ovviamente, non poteva indossare un reggiseno. L’enorme oggetto che teneva
nella vagina le dava difficolta’ a camminare, ma verifico’ di poter
dissimulare. Era anche sufficientemente ben piantato dentro di lei da non
poterle cadere accidentalmente, nonostante il sapone che lo lubrificava.

Roberta si fece coraggio, e si reco’ in sala. I suoi genitori e il signor
Marchi erano seduti al tavolo del salotto, su comode sedie imbottite. – Ah,
ecco… Roberta, giusto? – disse il Marchi, sorridendo e alzandosi. –
Piacere, – disse Roberta, sorridendo e stringendo la mano all’uomo che
l’aveva appena costretta a torturare la propria vagina.

– Siediti qui, – disse il Marchi, indicando a Roberta la sedia accanto a
lui. I genitori di Roberta erano seduti dall’altra parte del tavolo. Anna
chiese al Marchi se non preferiva sedersi sul divano, ma l’uomo rifiuto’
nuovamente il suo invito. Roberta fece per sedersi. Ricordando che il Marchi
desiderava verificare personalmente che lei avesse obbedito ai suoi ordini,
senza darlo a vedere Roberta alzo’ la parte posteriore della gonna mentre si
sedeva, appoggiando le natiche nude sulla sedia. In questo modo, sarebbe
stato piu’ facile sollevarsi la parte anteriore della gonna se il Marchi le
avesse fatto capire di farlo.

Diede uno sguardo a suo padre, ma lo distolse subito, vedendo che Sergio si
era accorto che Roberta non si era messa il reggiseno come lui le aveva
chiesto.

– Dunque, Roberta studia… informatica, giusto? – fece il Marchi. –
Informatica, – rispose Sergio, raggiante. – E’ il nostro piccolo genio…
tutti trenta! Siamo molto fieri di lei.

– Ne avete certamente motivo, – disse il Marchi, sorridendo. – E’ una
bravissima ragazza, glielo si legge in faccia…

Roberta si accorse che la mano del Marchi si spostava verso di lei, sotto il
tavolo. L’uomo prese l’orlo della gonna e lo sollevo’, scoprendo
completamente Roberta. Roberta arrossi’, dando uno sguardo rapido ai suoi
genitori per accertarsi che non potessero vedere cio’ che stava accadendo. –
E’ abituata a fare i suoi compiti per benino, – continuo’ il Marchi,
sorridendo, mentre la sua mano si spostava sulla vagina di Roberta,
controllando che il membro di cuoio fosse ben dentro. Roberta non si era mai
sentita cosi’ umiliata. Le dita di uno sconosciuto le stavano sfiorando le
grandi labbra, spalancate dal mostruoso membro di cuoio e dal nastro
adesivo, sotto gli occhi dei suoi genitori.

– Spiega al signor Marchi in cosa consiste la tua tesi, forse lo
interessera’, – le disse suo padre. – Non… non credo, e’ una cosa…
noiosa, – mormoro’ lei, simulando un sorriso. – Si tratta… ecco… un
sistema di monitoraggio di un impianto industriale…

Il Marchi annui’. – Capisco, – disse, con un tono che lasciava intendere il
suo scarso interesse. Questo imbarazzo’ un po’ i genitori di Roberta. Anna
tento’ di rompere l’imbarazzo. – Lei comunque e’ davvero brava, – disse, –
tutto il contrario di suo fratello. Lui, ecco, diciamo che non e’ molto
attratto dai libri… – Fece una risatina, a cui Marchi rispose con un
sorriso. – Probabilmente, il ragazzo ha altri interessi, – disse, guardando
Roberta. Lei arrossi’ ancora. Non sapeva come il Marchi potesse sapere di
quello che stava accadendo fra lei e Alberto, ma era evidente che lo sapeva.
Senti’ che il Marchi aveva afferrato l’orlo inferiore del top, e lo stava
tirando, e capi’ che l’uomo voleva controllare anche i capezzoli. Tuttavia,
non poteva farlo senza farsi vedere dai genitori di Roberta. Lei esito’, e
poi si decise a essere, ancora una volta, remissiva. Si chino’ in avanti,
appoggiando i pugni sul tavolo e il mento sopra di essi, nascondendo i
propri seni alla vista dei genitori. – Allora… avete trovato un buon
accordo? – disse, sorridendo, fingendo di stare facendo la spiritosa. –
Molto buono, tesoro, – disse suo padre, sorridendo, ancora raggioso, ignaro
del fatto che nello stesso momento l’uomo con cui aveva fatto un accordo
stava tirando i capezzoli di sua figlia, saggiandone la durezza e lunghezza
con calma. Quando ebbe finito di controllarli, diede una leggera pacca sulla
parte inferiore dei seni della ragazza, segnalandole cosi’ che poteva
rimettersi dritta.

Il Marchi resto’ in silenzio per qualche istante. – Davvero una bella
famiglia, – disse infine, sorridendo. – Avete anche un cane, vero?

– Oh si, Bruto. In realta’ e’ il cane di mia madre, – disse Anna, – ma lo
teniamo noi quasi sempre. Ora e’ nello studio… non fa altro che dormire…

Marchi annui’. – Bene, – disse quindi. – per me e’ quasi ora di lasciarvi.
E’ stata una serata piacevolissima. Posso accettare ora il bicchiere di vino
di cui si parlava prima?

– Certo, – disse Sergio, sorridendo, – ogni promessa e’ debito. – Si alzo’,
dirigendosi in cucina. Anna si alzo’ a sua volta. – Con permesso, – disse, –
Sergio non prende mai i bicchieri giusti…

Non appena entrambi i genitori di Roberta si furono alzati, il Marchi si
avvicino’ alla ragazza. – Adesso vai nello studio, e fai un pompino al
vostro cane, – le disse. – Non mandare giu’. Quando tornerai qui, senza
farti vedere dai tuoi, aprirai la bocca e mi farai vedere lo sperma di
Bruto, dopodiche’ potrai deglutire.

– Io… non… – mormoro’ Roberta, tremando.

– Te lo sto ordinando, – disse il Marchi, freddamente. – Ti ho dato
un’impressione diversa?

Roberta non rispose, e si alzo’, nello stesso momento in cui rientravano in
salotto i suoi, con i bicchieri e la bottiglia stappata. – Devo fare una
telefonata al mio ragazzo, – mormoro’ la ragazza, rivolta al Marchi, – torno
a salutarla, comunque.

– Certo, vai, – disse il Marchi, sorridendo, – e sii dolce con il tuo
ragazzo.

Roberta raggiunse la porta del corridoio, e ando’ nello studio. Per qualche
istante, cerco’ di immaginare con cosa poteva simulare lo sperma di Bruto;
le venne in mente il sapone liquido, o altre lozioni, ma temeva troppo che
il Marchi potesse accorgersi che aveva disobbedito. Non ebbe neppure il
coraggio di rimuovere il grosso membro di cuoio dalla propria vagina, anche
se era improbabile che il Marchi la “controllasse” di nuovo. Entro’ nello
studio. Bruto le venne incontro, scodinzolando.

Roberta si inginocchio’, e inizio’ ad accarezzare la schiena e il muso
dell’animale. Il disgusto che provava all’idea di cio’ che era obbligata a
fare era quasi paralizzante. Tuttavia, trovo’ la forza, gradualmente, di
prendere in mano il membro del cane. Delicatamente, controllando le reazioni
della bestia e accarezzandolo e sussurandogli di star calmo, inizio’ a
masturbarlo. Aveva intenzione di rimandere il momento in cui l’avrebbe preso
in bocca, ma non poteva correre il rischio che Bruto venisse sulla moquette,
e che il suo seme andasse perduto. Non appena Roberta si rese conto che
l’animale la lasciava fare, e anzi dimostrava di prenderci gusto, iniziando
a dare spinte ritmiche nella sua mano, la ragazza si mise carponi e lo prese
in bocca. Fortunatamente trovo’ subito una posizione adatta. Piangendo
sommessamente, lascio’ che il cane facesse il proprio comodo, scopandole la
bocca con rapidi movimenti di bacino. Lascio’ che scopasse la sua bocca come
se fosse stata la vagina di una cagna. La monta duro’ diversi minuti,
durante i quali, di quando in quando, il pene di Bruto accennava ad
ammosciarsi, e Roberta si trovava costretta a leccarlo e succhiarlo con
maggiore dolcezza per recuperarne l’erezione. Mentre la prendeva, il membro
di Bruto perdeva liquido in abbondanza, riempiendole la bocca di un sapore
acre e rivoltante. Infine, quando il cane schizzo’ tutto il suo carico di
sperma, Roberta provo’ la terribile sensazione di essere grata per
quell’osceno dono. Per paura che le ultime gocce del disgustoso liquido
macchiassero la moquette, la ragazza dovette succhiare e leccare con cura il
membro del cane prima di ritrarre la bocca.

Non riuscendo quasi a credere di essere riuscita a portare a termine
quell’ordine orribile, Roberta si rialzo’ da terra, lottando con lo stimolo
di rigettare. Quindi, si diresse lentamente verso la sala, trattenendo lo
sperma di Bruto sotto la lingua. La paura di affrontare i propri genitori,
la paura che potessero accorgersi di qualcosa, la rendeva quasi incapace di
pensare.

– Rieccoti, – disse Sergio, quando Roberta fece finalmente la sua comparsa
in sala. La ragazza sorrise, annuendo. Torno’ a sedersi, terrorizzata che i
suoi potessero rivolgere la parola, e cercando di incontrare lo sguardo del
Marchi. L’uomo, pero’, volontariamente evito’ di guardarla per qualche
minuto, sistemando con cura i documenti nella propria borsa di cuoio.
Infine, si volse verso Roberta. – Allora, tutto a posto con il tuo ragazzo?
– le chiese, sorridendo. Roberta fece scivolare lo sperma di Bruto sulla
lingua e apri’ la bocca appena un po’ piu’ del normale, per mostrarne il
contenuto al Marchi senza dar nulla da intendere ai suoi genitori. Sempre
cercando di non farlo notare, degluti’ un po’ dello sperma prima di parlare,
e poi rispose – si, tutto bene, grazie.

Il Marchi annui’, e si alzo’. – Allora, a domattina, passero’ di qui verso
le nove, – disse, congedandosi dai genitori di Roberta con una vigorosa
stretta di mano. – E tanti auguri per la tua tesi, – aggiunse il Marchi
rivolto a Roberta, con uno sguardo che la ragazza non riusci’ a decifrare.
Sergio e Anna lo ringraziarono ancora per l’accordo che avevano raggiunto, e
lo accompagnarono alla porta.

Quando il Marchi fu uscito, Roberta stava avviandosi verso la propria
camera, quando Sergio le disse: – non l’hai messo, il reggiseno.

Roberta arrossi’. – Io… non sono riuscita a trovarne… voglio dire, che
andassero bene con questo top… e…

I genitori la guardavano, con aria di disapprovazione. Era evidente che non
era facile, per loro, trovare le parole giuste. Infine fu il padre di
Roberta a rompere il ghiaccio. – Dovresti proprio metterlo, quando sei… in
queste condizioni. Sai cosa voglio dire, vero?

Roberta abbasso’ il capo. – S… si, papa’, – mormoro’. – Scusa…. io non
mi ero accorta… insomma…

L’uomo non replico’ nulla. Roberta diede un bacio a sua madre e torno’ in
camera sua, bruciando per l’umiliazione. Si libero’ del fallo di cuoio,
nascondendolo sotto il letto, degli anelli di plastica e del nastro adesivo,
e si mise in fretta la camicia da notte. Era sconvolta; quello che era
successo quella sera era piu’ umiliante di qualunque altra cosa le fosse
accaduto in quei terribili mesi.

Cerco’ a lungo di addormentarsi, ma invano. La vagina le doleva per la
dilatazione subita, ma c’era dell’altro. Disgustata di se’ stessa, Roberta
decise di dare sfogo a cio’ che la tormentava. La sua mano scivolo’ sotto la
camicia da notte, dentro le mutandine. Inizio’ a masturbarsi, a lungo, e la
sua mente rivedeva lo sguardo gelido e severo del Marchi, il modo in cui le
aveva tirato fuori i seni, il modo in cui l’aveva umiliata.

Il dolore che provava ancora alla vagina, e la paura che aveva provato,
fecero si’ che ci volesse molto tempo per giungere a un orgasmo. Con le
ginocchia sollevate, le cosce spalancate, due dita dentro di se’, gli occhi
chiusi, infine Roberta accolse quell’orgasmo, potente e degradante, con un
lungo gemito soffocato.

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