Roberta ricattata (2010), p.5 – Il culo di Roberta

Quando Roberta si presentò in casa di Lorenzo la volta successiva, come previsto, ad aspettarla c’era solo Romano. – Ciao, puttana, – le disse l’uomo, facendole cenno di entrare. Roberta seguì il vecchio in salotto. L’uomo si sedette in poltrona, e si accese una sigaretta, esaminando la ragazza con calma. Roberta aveva ricevuto da Romano, attraverso l’e-mail di Lorenzo, istruzioni circa come vestirsi. Indossava una gonna sopra il ginocchio, aderente (era stato richiesto che fosse almeno una taglia in meno rispetto alle sue misure), e una camicia altrettanto stretta. Le era stato anche chiesto di indossare scarpe con i tacchi. Le era stato concesso, comunque, di tenere gli occhiali. Probabilmente, in qualche modo Romano li considerava eccitanti. Le davano un’aria da studentessa per bene.

La ragazza rimase in nervosa attesa di ordini, in piedi di fronte all’uomo seduto che la squadrava. Romano non diceva nulla. Quando il silenzio divenne troppo imbarazzante, Roberta si fece coraggio. – Devo… spogliarmi? – mormorò.

Romano sorrise. – Non subito, – le disse. – Vieni qui.

Roberta si avvicinò all’uomo, che le mise una mano sulle ginocchia, facendola risalire lentamente lungo la curva delle cosce della fanciulla, fino ad appoggiarsi sul sesso di lei. Roberta, come da istruzioni, indossava un tanga di pizzo. – Ho pensato molto a te, – le disse, – e specialmente al tuo bel culone. E’ stato un vero piacere frustarlo, sai?

Roberta non ospò rispondere, divaricando leggermente le gambe per dare a quell’uomo odioso un più agevole accesso a quello che stava toccando. La mano dell’uomo iniziò a massaggiarle lentamente la fessura attraverso il tanga. – A te piace essere trattata in questo modo, vero? Ti eccita sapere che posso frustarti quando voglio, e ti eccita che io ti tocchi la fica senza che tu possa opporti… non è così?

– Si… signore… – mormorò lei.

– Girati e fammi vedere che ti togli il tanga come una brava bambina.

Roberta, arrossendo, si voltò, volgendo le spalle a Romano. In silenzio, si sollevò la gonna fino a scoprirsi le natiche. Quindi, si sfilò il tanga, lasciandolo cadere a terra, e si riabbassò la gonna. Romano annuì. – Molto bene. Ora mettiti bocconi sulle mie ginocchia.

– Cosa… cosa vuole farmi? – mormorò Roberta.

– Obbedisci, puttana, – insistette Romano; – sai benissimo quello che ti farò. – Roberta abbassò lo sguardo; gli occhi le si riempirono di lacrime. Non poteva opporsi.

Trattenne le lacrime e si chinò, disponendosi come le era stato richiesto. Il vecchio prese la sigaretta con la sinista, e colpì con una pacca violentessima la fanciulla sulle natiche. Ci fu uno schiocco sonoro; Roberta lanciò un gemito di dolore.

– No… – implorò, – non così… non così forte… –

Il vecchio rise, colpendola di nuovo, con altrettanta violenza. – Hai delle chiappe grasse e morbide, – le disse, sollevandole la gonna per scoprirle, e prendendo poi a palparle lentamente. – Se fossi tuo padre ti sculaccerei tutti i giorni, puttana.

Smise di toccarla, e la colpì ancora, e ancora. Roberta singhiozzava. Sentiva il membro dell’uomo indurirsi contro il suo ventre mentre veniva sculacciata. L’uomo prese un libro rilegato dal tavolino accanto al divano, e lo usò per sculacciare in modo ancora più violento e secco la morbida carne della fanciulla. La colpì una, due, tre volte, strappandole dei gemiti di dolore. – Hai già le chiappe tutte rosse, – le disse, tornando a palparle brutalmente le natiche. – Sono certo che stai piangendo… fammi vedere, mi piace vedere una bella culona in lacrime. – La prese per i capelli, facendole voltare il capo verso di sé. Il bel volto di Roberta era bagnato di lacrime. Romano sorrise.

– E’ umiliante alla tua età essere sculacciata come una bambina, vero, Roberta? – le disse, godendo a tormentarla anche con le parole. – Si, signore, – rispose lei. Lui le accarezzò le guance, fissandola negli occhi. – Oggi imparerai qualcosa da me, Roberta, – le sussurrò, – ti insegnerò un po’ di umiltà. In università puoi atteggiarti da dottoressa, ma qui con me sei solo una porca con un grasso sedere nudo e rosso per le sculacciate, e la fica bagnata.

Le pizzicò crudelmente le natiche, arrossandole ancora di più, e poi spinse la mano fino ad accarezzarle la fica. – Perché sono certo che sei tutta bagnata, non è così, cagnetta? – La fessura di Roberta, data la posizione a cui Romano l’aveva costretta, con le cosce divaricate, era ben aperta e a disposizione dell’uomo. Lui spinse due dita dentro di essa; scivolarono facilmente nel buco umido della fanciulla. – Già, come pensavo, – disse lui. – Questo è quello che intendevo quando ho detto a mio nipote che c’erano molti modi di divertirsi con una grassa maialina come te. – Ora voglio che tu mi dica che sei una grassa maialina. Dillo, avanti.

Roberta esitò; lui, con la mano libera, le schiaffeggiò e pizzicò ripetutamente le natiche, mentre le sue dita si spingevano in profondita’ nella vagina della ragazza. – Lo so che ti piace dirlo, – disse, – perché è la verità, e finore non avevi mai avuto il coraggio di ammetterlo. Avanti, dimmi quello che sei, puttana.

Temendo ulteriori punizioni, Roberta singhiozzò fra le lacrime: – Io… sono… una grassa maialina… signore… –

L’uomo rise. – Dì che le tue grasse chiappe mi appartengono, – le ordinò.

– Le mie… grasse… chiappe le appartengono… signore…

Romano sorrise. – Brava, puttana, – disse. – Ora allargale e fammi vedere il tuo buco del culo. – Roberta, suo malgrado, obbedì, rabbrividendo. Romano ridacchiò crudelmente. – Senti la mia sigaretta, – le disse, avvicinando la sigaretta accessa alla carne della ragazza. – Senti dove si va a infilare. – – No… no… no… – gemette Roberta. L’uomo sporse il viso in avanti e sputò, lasciando che la propria saliva cadesse sull’ano esposto della fanciulla. Quindi, avvicinò la brace. La ragazza poté soltanto piangere mentre lui spegneva la sigaretta, crudelmente, contro le pareti del suo sfintere.

– C’è odore di carne di porco arrosto, – disse lui, infine, estraendo la sigaretta spenta e deponendola in un posacenere.

– Perché mi fa queste cose? – piangeva Roberta, disperata.

– Non senti anche tu odore di carne di porco arrosto? Dillo avanti. – Le rifilò una nuova pacca sulle natiche. – Sì, signore, – disse Roberta, – c’è… odore… di porco arrosto… – L’uomo annuì, tornando a massaggiarle la vagina nuda. – Dì meglio: di porcellina, – ordinò. – C’è odore di porcellina arrosto… – disse Roberta, scoppiando in singhiozzi. – Mi lasci andare… la supplico… non ce la faccio più… la prego…

– Sei proprio una puttana, – le disse lui, fottendola lentamente con le dita. – Te ne stai qui, ti fai sculacciare, con la fica aperta. – Introdusse un terzo dito nella calda fessura, continuando a penetrarla lentamente. – Non hai ancora finito di dimostrare a te stessa che maialina sei. Ora devi alzarti e scoprirti le poppe. – Così dicendo, sfilò le dita dalla vagina della fanciulla.

Roberta si alzò; aveva il volto bagnato di lacrime. Romano le fece cenno che non era autorizzata ad abbassarsi la gonna. Iniziò a slacciarsi la camicetta, mentre lui la osservava. – Toglila, – le disse Romano. Lei si sfilò la camicetta.

– Ora sdraiati sul divano, – le ordinò, – e metti le mani dietro la schiena.

Roberta, cercando di asciugarsi le lacrime, obbedì, sdraiandosi supina sul divano. Il vecchio le si avvicinò, e si sedette a cavalcioni su di lei. – Se tiri fuori le mani anche una sola volta, per difenderti, – le disse, – mi costringerai a legarti. E quando sarai legata avrò voglia di farti molte cose brutte, peggiori di queste. Hai capito? – – Sì, signore, – disse Roberta. – Ora ti picchierò, – le disse, – mi lavorerò le tue poppe. Le sculaccerò. E tu non farai nulla per impedirmelo. È chiaro, troia? – Roberta annuì debolmente, tremando di paura.

Romano sorrise diede una pacca violenta a una delle mammelle di Roberta, facendola sussultare di dolore. Lei volse il capo, piangendo. L’uomo la fissava con un sorriso crudele. – No no no no… voglio che mi guardi mentre ti sculaccio le poppe, vacca, – le intimò. Roberta alzò gli occhi pieni di lacrime, obbediente. Romano iniziò a colpirle i seni, alternando dall’uno all’altro. I colpi violenti facevano sussultare la carne giovane della studentessa.

– Come sei bella, nuda e indifesa, puttana, – le disse l’uomo; – viene davvero voglio di scoparti quella bella boccuccia… o forse tu preferisci il cazzo qui…?

La mano di Romano si spostò fra le cosce della ragazza indifesa, schiaffeggiandole la vagina nuda ed esposta ripetutamente. Poi Romano ricominciò a colpire metodicamente i grossi seni della studentessa, che presto mostrarono i segni del trattamento che stavano subendo. L’erezione di Romano era ormai più che evidente, nonostante l’uomo indossasse ancora i calzoni. Roberta si rese conto che presto sarebbe stata costretta a soddisfarlo. Romano continuò a schiaffeggiarle i seni finché non furono arrossati quanto le natiche della ragazza, e poi scese dal divano, slacciandosi i pantaloni.

– Ora, puttana, mi dimostrerai quanto ti è piaciuto essere picchiata. Spalanca le gambe, sollevando le ginocchia.

Roberta, suo malgrado, sollevò le ginocchia e divaricò le gambe più che poteva. La sua vagina non poteva essere piu’ oscenamente esposta. Romano la fissò per alcuni istanti e poi le si avvicinò, tirandolo fuori. – Adesso, puttana, voglio che tiri fuori le mani e ti masturbi fino a venire. Non cercare di simulare… se mi accorgo che stai fingendo di frusterò quella ficona da vacca con la cinghia. Ti masturberai fino a venire, e lo farai tenendo in bocca il cazzo dell’uomo che ti ha appena gonfiato le poppe di schiaffi.

Così dicendo, Romano infilò il membro, gonfio e duro, fra le labbra invitanti di Roberta. La ragazza, suo malgrado, iniziò a toccarsi. Si strofinò la fessura, aprendola poi delicatamente. Iniziò a penetrarsi con un dito, mentre il palmo della mano spingeva sul clitoride. Romano la guardava, il membro ben piantato nella bocca della ragazza, muovendo il bacino lentamente, di quando in quando, per assaporare il calore piacevole della bocca di Roberta.

Roberta continuò a toccarsi, penetrarsi e strofinarsi la vagina aperta. Le parole che Romano aveva usato per descriverla – maiala, vacca, troia – sembravano perfettamente appropriate al modo in cui stava esponendo il proprio sesso al vecchio vizioso, allo spettacolo osceno che si trovava a dover offrire, col sesso spalancato, lucido di umori, e il membro di un uomo che avrebbe potuto essere suo padre piantato in bocca.

– Forza, puttana, sbrigati a venire, – le disse. – Appena sarai venuta, lo zio Romano ti toglierà il cazzo dalla bocca, te lo infilerà in quella grassa fica da maiala, e ti schizzerà la sua sborra calda fino in fondo.

Roberta cominciò a gemere. Suo malgrado, stava per venire. Il suo corpo ebbe un fremito, e iniziò ad ansimare. Per un attimo fece per abbassare le ginocchia, ma si trattenne, mentre il piacere la scuoteva, un orgasmo intenso. Romano sorrise e si spostò su di lei, sollevandole le ginocchia con le mani. La vagina bagnata della studentessa era pronta e aperta. Lui la penetrò in profondità, socchiudendo gli occhi per il piacere mentre a sua volta veniva, abbondantemente, schizzando il proprio seme in violenti getti dentro il corpo di Roberta. Afferrò i seni nudi della ragazza, strizzandoli mentre spingeva il membro a fondo. – Ti piace come ti sto riempiendo la fica di sborra, vero dottoressa? – le disse. Roberta annuì. – Si… mi piace… – mormorò, disperata. Romano le strizzò le tette con maggiore violenza. – Ti piace cosa, Roberta, – insistette. – Avere… la fica riempita di sborra… – disse lei. Si rese conto che l’umiliazione e la sensazione del seme caldo dell’uomo dentro di se stavano prolungando l’orgasmo a cui era stata costretta. Anche il modo in cui Romano le strizzava i seni, per quanto doloroso, era, in qualche modo, perversamente piacevole.

Alla fine, Romano sfilò il membro e scese dal divano. Indicò il pavimento. – In ginocchio qui, cagna vogliosa, – le disse. Roberta si asciugò le lacrime e scivolò giù dal divano, inginocchiandosi di fronte all’uomo che l’aveva appena violentata.

– Il mio cazzo va ripulito, ovviamente, – le disse, – ma avevi la fica così spalancata che credo tu mi abbia bagnato anche le palle. Ora voglio che spalanchi quella bocca e prendi sia il mio cazzo che le mie palle. Sbrigati.

Roberta obbedì, prendendo prima il membro di Romano, e poi anche lo scroto. Aveva la bocca spalancata e piena del sesso di quell’uomo disgustoso. – Usa la lingua, – le intimò lui. Roberta iniziò, con difficoltà, a leccare ciò che teneva in bocca, per ripulirlo. Romano la lasciò fare, quindi ritrasse il proprio sesso dalla bocca della ragazza.

– La prego… – mormorò Roberta. – Ora… la supplico… mi lasci andare…

Romano non rispose, colpendola con un violento ceffone in pieno volto. – Non direi che tu sia stata umiliata a sufficienza, vacca. Sono certo che la tua fica ha bisogno di venire ancora. Non è cosi’?

Roberta esitò; era difficile desiderare così tanto andarsene subito, e dire il contrario. Ma sapeva che doveva compiacere Romano. – Si… signore… è così… – mormorò, cedendo al perverso gioco di lui. – La mia fica ha bisogno di venire ancora, signore…

– Lo immaginavo. Ma non mi occuperò di quel buco fradicio, per ora. Ora ti mostro qualcosa che ho preparato per te.

Romano aprì un cassetto e ne trasse un tubetto, che mostrò a Roberta. – E’ una crema a base di vaselina. Tu sai a cosa serve, vero?

Roberta guardò l’uomo con occhi imploranti. – No…. la prego… la prego non mi faccia questo… – implorò, scoppiando a piangere. – Io… non l’ho mai fatto….

Lui sorrise, accarezzandole il volto. – Non sei fidanzata, Roberta? – le chiese. – S… si, signore, sono fidanzata. – rispose lei. – E quel frocio del tuo fidanzato non te l’ha mai messo nel culo, puttana? – Roberta scosse il capo. – No… signore. – Lui continuò a fissarla come se non avesse udito la sua riposta, poi le afferrò i seni e glieli strizzò con tutte le forze, facendola urlare di dolore, per poi rifilarle un ceffone in pieno volto. – Non ho sentito. – disse quindi. Roberta ansimò per qualche istante. – No… signore… quel frocio del mio fidanzato non me l’ha mai messo nel culo… signore.

Romano annuì, e buttò il tubetto per terra di fronte a Roberta.

– Aprilo, e spalma un po’ di crema sul mio cazzo.

Con le mani che le tremavano, Roberta prese il tubetto da terra, e svitò il tappo di plastica. Alzò gli occhi verso il membro dell’uomo, e spremette il tubetto, raccogliendo un po’ di crema sul palmo della mano. Quindi, iniziò a spalmare il membro di Romano, massaggiandolo lentamente. Lo sentì indurirsi fra le sue mani.

– Brava bambina, – le disse Romano. – Ora girati e piega giu’ la testa. Appoggia la faccia per terra, mostrami il tuo bel culone in primo piano.

Roberta non riusciva a smettere di tremare e piangere. Obbediente, appoggiò il viso per terra. – Ora apriti le chiappe e fammi vedere il buco del culo, e spalmati la vaselina anche lì, – ordinò Romano. Roberta obbedì ancora, cercando impacciata di aprirsi le natiche e intanto prendere altre crema dal tubetto. Con le lacrime che colavano dalle sue guance al pavimento, si strofinò la crema sull’ano. Romano sorrise, e prese il tubetto dalle mani della ragazza, buttandolo per terra.

– Brava cagnetta, – disse Romano. – Ora apriti bene che papà fa al tuo culetto quello che il tuo fidanzato non è capace di fare. – Il suo membro si appoggiò, duro e gonfio, al buco vergine della ragazza. Senza dir nulla, iniziò a spingere. Roberta lanciò un gemito di dolore fra le lacrime, mentre Romano forzava il glande nel suo ano. Sentì l’uomo che spingeva, si fermava un attimo per dare all’ano della ragazza il tempo di rilassarsi, spingeva di nuovo. A ogni spinta la ragazza piangeva, gemeva, stringeva i pugni. Per tutta risposta, Romano le dava una pacca sulle natiche nude e spingeva di più.

Presto il membro dell’uomo fu dentro per metà. Romano iniziò allora a muoversi avanti e indietro, cominciando a fottere il buco delicato di Roberta. A ogni spinta in avanti Romano riusciva a penetrare più a fondo. Presto lo sfintere di Roberta fu abbastanza lubrificato da consentire a Romano di montarla con sempre maggiore violenza. Questa volta, l’uomo non ordinò a Roberta di masturbarsi; il piacere della ragazza non lo interessava. Voleva semplicemente venirle nel culo, e aumentò il ritmo rapidamente, fottendola senza pietà. A ogni spinta, il viso di Roberta strusciava sul pavimento. La monta la spingeva sempre più in basso e presto anche i seni iniziarono a strisciare sulle mattonelle mentre Romano la prendeva in
quella posizione animalesca.

Dopo quello che a Roberta sembrò un tempo lunghissimo, il membro di Romano iniziò a sussultare e i primi schizzi di sperma colpirono le pareti dell’ano della ragazza. Romano rimase piantato dentro di lei finché non ebbe esaurito completamente il proprio orgasmo. Quindi, sfilò il membro, lo spinse nella vagina di Roberta, lo sfilò nuovamente, e glielo fece pulire con la bocca com’era solito fare.

Roberta vinse a stento la repulsione per il sapore terribile del membro dell’uomo.

Quando fu ripulito, Romano si rivestì. – Puoi andare, troia, – le disse semplicemente.

Roberta non rispose. Senza dir nulla, si rivestì mentre le lacrime le rigavano le guance. Romano si accese un’altra sigaretta e guardò la studentessa prepararsi per uscire. Roberta sapeva che non le avrebbe concesso di lavarsi, e non osò chiederlo, benché lo sperma di Romano stesse ancora colando dalla sua vagina e dal suo ano.

Uscì dall’appartamento, e si recò alla metropolitana in fretta. Sul metrò, si mise in un angolo nascosto, e pianse per tutto il viaggio.

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