Roberta ricattata (2010), p.7 – Roberta torturata

Una settimana dopo l’incontro con Franco, Roberta stava recandosi nuovamente da Romano, vestita, come sempre, in modo abbastanza provocante. Portava una gonna al ginocchio e un top aderente, entrambi color crema, autoreggenti color carne, e tacchi alti. Non indossava intimo e, come sempre, riceveva molti sguardi dagli uomini che incontrava per strada. L’imbarazzo era aumentato da qualcosa che solo Roberta sapeva: Romano le aveva ordinato di applicarsi uno strato di rossetto su capezzoli e grandi labbra. Il colore rosso vivo dei capezzoli li rendeva ancora più chiaramente visibili attraverso il sottile tessuto del top.

Quel giorno, una caduta di tensione provocò un blocco totale della metropolitana. Roberta si trovò costretta a usufruire dei mezzi di superficie, e arrivò all’appartamento di Lorenzo con mezz’ora di ritardo. Quando Romano si presentò alla porta, e fece entrare Roberta, la ragazza cercò subito di scusarsi, iniziando a spiegare ciò che era accaduto. Romano chiuse la porta e la colpì con un violento ceffone.

– Non mi interessano le tue stupide scuse, – le disse, severamente. La guardò con calma. – Sei molto in ritardo, e sai quanto me che questo genere di cose deve essere punito, e punito severamente.

La spinse contro la parete, facendola stare in piedi rivolta alla parete stessa. La ragazza si appoggiò al muro con le mani, e Romano iniziò a palparle e schiaffeggiarle seni e natiche attraverso i vestiti. – Immagino che tu abbia preso dei mezzi molto affollati,
quando sei uscita dal metrò.

– Si… signore – mormorò lei, gemendo per ciascuno dei colpi che Romano infliggeva alle sue natiche e ai suoi seni.

– E sono certo che ti piaceva sentire tutti quegli uomini che si arrapavano vedendo una simile vacca sull’autobus. Scommetto che ti si strusciavano sulle poppe, sul culo e sulla fica. E che ti piaceva. Vero?

– N… no… – disse lei debolmente, ma Romano la colpì con un nuovo ceffone in pieno volto.

– Non raccontarmi stronzate, – le disse. – Ti piaceva?

Roberta singhiozzò. – Si… signore… mi piaceva…

Romano sorrise. – Certo. Ora sarai punita per essere la grossa vacca arrapante che sei. Le tue poppe, il tuo culo e la tua fica verranno puniti. – Fece girare Roberta verso di se, e portò le mani ai seni di lei, strizzandoli attraverso la maglietta. – Comincerò dalle tue poppe. – Lentamente, prese a slacciarle i bottoncini del top. – C’è bisogno che ti leghi, o farai la brava e accetterai tutto quello che ho intenzione di fare a queste grosse, oscene mammelle?

Roberta rabbrividì, sentendo le mani dell’uomo sfiorarle i seni mentre lui la spogliava. – No, signore… – mormorò, – la prego, non mi leghi…

– Va bene, – disse Romano, aprendole la maglietta e scoprendo il seno della ragazza. Iniziò a palparlo con gusto. – Non ti legherò, ma solo finché farai la brava e accetterai la punizione che meriti.

– La prego… signore… – mormorò debolmente lei, – non mi faccia del male… io…

Lui sorrise, e le fece cenno di stare zitta. – Ti ho detto di non rompermi i coglioni con le tue stupide scuse. Se preferisci, posso iniziare dalla tua fica o dalle tue chiappe. Vuoi che inizi a
torturarti dalla fica? – Roberta esitò, con le lacrime agli occhi. – No, signore… – mormorò. Romano annuì. – Allora slacciati del tutto la maglietta, scopriti bene le poppe, e metti le mani dietro la
schiena, schiava, – le ordinò.

– Sì, signore, – disse Roberta, slacciandosi gli ultimi bottoni, e tirandosi fuori i seni dalla maglietta. Romano la guardò, verificando che si fosse dipinta i capezzoli di rossetto. – Il fatto che tu sia stata una brava vacca e ti sia dipinta capezzoli e fica non ti servirà a evitare la tua giusta punizione.

Romano aprì un cassetto, e ne trasse due robusti elastici. Passò uno degli elastici attorno a una mammella di Roberta; la ragazza gemette e rabbrividì. Romano sistemò l’elastico in modo che strizzasse bene la carne della schiava, e lo lasciò. Quindi, passò l’altro elastico attorno all’altra mammella di Roberta. – Ti fanno male? – le disse, palpandola. I seni carnosi di Roberta apparivano ancora più grossi, compressi alla base dagli elastici.

– Sì, signore… – mormorò Roberta. – mi fanno male…

Romano sorrise, baciandola. – E lo sai che me lo fai diventare tanto tanto duro quanto ti faccio soffrire le poppe, vero? – le sussurrò. Roberta arrossì. – Si… signore… – mormorò. Romano sorrise ancora, colpendole le mammelle con forti pacche, prima la sinistra e poi la destra. La ragazza gemette per quelle improvvise scossa di dolore. – Sei una popputa puttana, tesoro? – disse Romano. – Dimmelo.

– Sì, signore, – mormorò Roberta, suo malgrado – io… sono… una popputa puttana, signore.

Romano la guardò con un ghigno crudele, aprendo un cassetto di una credenza e prendendone una manciata di mollette di metallo. Erano mollette di tipo “alligatore”, dentate. Romano iniziò ad accarezzare i capezzoli di Roberta lentamente, delicatamente, fissando la ragazza negli occhi. – Fammeli sentire belli duri, – le sussurrò, – sarà molto più eccitante punirli… ti faranno più male.

Roberta aveva gli occhi bagnati di pianto, ma non osava più implorare. Si rese conto che i suoi capezzoli si stavano in effetti indurendo. Romano attese che fossero del tutto eretti, quindi applicò la prima molletta. Roberta si morse le labbra, trattenendo a stento un gemito di dolore. Le mollette erano molto forti; Roberta sentì i loro denti metallici che affondavano nella sua carne tenera. Romano applicò la seconda molletta con crudele calma. Quindi, dispose altre quattro mollette attorno ai capezzoli, due per mammella.

– Dimmi che ti piace che le tue grasse poppe siano trattate così, – le ordinò Romano, baciandola ancora, – e intanto, toccami.

Roberta spostò una mano da dietro la schiena, iniziando a massaggiare il membro di Romano mentre, obbediente, sussurrava: – mi piace che le mie grasse poppe siano trattate così…

Romano sorrise, massaggiando i seni di Roberta. – Anche a me piace torturare le tue grasse poppe, – sussurrò, – vederle arrossate e gonfie, e sentirti gemere di dolore – Prese la ragazza per i
capelli e la spinse verso il tavolo al centro della stanza. Sul tavolo, Romano aveva preparato un pesante righello di legno; inoltre, aveva sistemato uno sgabellino a lato del tavolo stesso.

– Inginocchiati sullo sgabello e appoggia le tette sul tavolo, – le ordinò. Roberta obbedì, inginocchiandosi obbediente, i seni nudi sulla fredda superficie del tavolo di cristallo. – Mani dietro la schiena, – le ordinò lui nuovamente. La ragazza unì le mani dietro di sé, tremando. – La… prego… – mormorò, guardando spaventata il righello.

Romano prese l’oggetto, e guardò la fanciulla indifesa. Senza dir nulla, prese fra le dita la molletta agganciata al capezzolo destro di Roberta e la tirò, per stendere il seno della ragazza. Quindi,
colpì Roberta sulla carne con il pesante righello. Roberta ebbe un intenso gemito di dolore, spezzato da un secondo, crudele colpo sul suo seno. Romano la colpì cinque volte, quindi lasciò la molletta e ripeté l’operazione con il seno sinistro della ragazza. Il righello strappava a Roberta lacrime e gemiti di dolore, e le lasciava strisce rosse sulla pelle nuda.

Quindi, l’uomo si slacciò i pantaloni. – Prendimelo in mano e massaggiamelo mentre ti do la seconda razione, puttana. – Roberta allungò una mano timorosa, infilandola nella patta di Romano
e prendendo il suo membro in mano. Iniziò a massaggiarlo suo malgrado mentre Romano afferrava, questa volta, entrambe le mollette. Mentre la mano di Roberta gli dava piacere, iniziò a colpire entrambi i seni della ragazza con il righello. Si chinò verso la ragazza e la baciò, costringendola ad aprire la bocca. Roberta, obbediente, succhiò e leccò la lingua dell’uomo fra i gemiti che il righello le strappava colpendo la sua morbida carne nuda. Mentre la colpiva, Romano tirava le mollette, tormentando i capezzoli di Roberta.

Quando Romano ebbe sfogato i suoi sadici istinti sui seni della ragazza, si chinò, e le sollevò la gonna, scoprendo le natiche nude di Roberta. – Aprila bene, – le ordinò. Lei cerco’ di compiacerlo,
divaricando le cosce e lasciando che lui la toccasse le introducesse due dita dentro. Mentre la penetrava con le dita, Romano leccò il volto di Roberta. – Adesso e’ il momento di punire le tue grasse chiappe da scrofa, – le disse. – Spingile bene in fuori.

Roberta chinò il busto in avanti, sporgendo le natiche nude verso il suo tormentatore. Romano le accarezzò con calma, quindi prese altre quattro mollette. Pizzicò la carne di Roberta e appese le mollette, due su ogni natica. Quindi, prese nuovamente il righello. – Ora conta ad alta voce, – le ordinò, mostrandole il righello. – La supplico… – gemette Roberta, invano. Romano si piazzò dietro di lei e le inflisse un primo violento colpo. Roberta lanciò un gemito di dolore. – U… uno… – mormorò poi. – La prego… non merito questo… –

– Meriti questo e molto di più, puttana, non siamo che all’inizio.

Un nuovo colpo. – Due… – gemette flebilmente lei. Ancora… più forte. Quando Roberta arrivò a contare “dieci”, le sue natiche erano arrossate e segnate dai colpi, e la ragazza piangeva. Romano non era ancora soddisfatto. – Apri le chiappe, – le disse. Roberta, tremando, si prese le natiche e le aprì. Fra i singhiozzi, tentatava ancora di implorare Romano. L’uomo sorrise e le accarezzò l’ano con uno spigolo del righello. Quindi, inflisse tre colpi di righello direttamente sul delicato, intimo buco della sua vittima. – Oggi penso che mi farò anche questo buco, cagna. Il tuo fidanzato ti incula, troia?

– N… no – mormorò lei. – Non lo ha mai fatto… padrone.

Romano sorrise e diede due ultimi violenti colpi sull’ano della ragazza, quindi ripose il righello e si mise a palparle e pizzicarle le natiche doloranti. Roberta, desiderosa di compiacerlo per evitare ulteriori punizioni, chiuse gli occhi per l’umiliazione e prese a ruotare lievemente il bacino per consentire a Romano di palparla meglio. – La prego… padrone… – mormorò, – sarò buona… non farò altri errori… la prego… smetta di punirmi… –

Romano sorrise del tentativo di Roberta. – Allarga le cosce, puttanona.

Roberta divaricò le cosce. Romano le palpò, lasciando scivolare la mano sull’orlo delle autoreggenti, facendola risalire, infilandola fra le gambe della fanciulla per palparle la vagina. Iniziò ad accarezzarle il clitoride. – Ora voglio sentirti bagnare come una vacca, – le disse. Roberta arrossì. Non sapeva come fare per compiacerlo. Cercò di concentrarsi sul piacere che le mani dell’uomo le davano, ma il dolore ai seni e alle natiche era ancora troppo cocente. – La prego… – mormorò, – non posso…

– Certo che puoi, vacca, – le disse lui, – le puttane come te si bagnano molto facilmente. Pensa al grosso cazzo che prenderai in culo fra non molto…

Roberta singhiozzò e cercò di sottostare ai desideri di Romano. Lui la stava penetrando con l’indice e il medio, mentre il pollice le strofinava il clitoride. Gradualmente, sentì il piacere crescere. – Così va bene, – disse Romano, sentendo che le sue dita scivolavano più facilmente dentro la ragazza. – Voglio che la tua fica sia ben bagnata prima di cominciare a punirla.

Roberta non sapeva più come implorarlo di non proseguire quelle terribili torture. La sua vagina si stava effettivamente bagnando, mentre la ragazza ancora ruotava le anche per incontrare i movimenti delle dita del suo aguzzino. Finalmente, Romano ritenne che Roberta fosse abbastanza bagnata. Le si avvicinò all’orecchio, glielo leccò, e poi le sussurrò: – ora chiedimi di punire la tua fica.

Roberta esitò, piangendo. Non aveva scelta. – La prego… – mormorò. Si fece coraggio. – La prego… punisca la mia fica…

L’uomo sorrise e disse a Roberta di salire in ginocchio sul tavolo, e di mettersi a quattro zampe. Lei non poté che obbedire. Romano le si avvicinò da dietro. La vagina di Roberta, esposta e con le
grandi labbra colorate di rossetto, era uno spettacolo davvero volgare, ed eccitante. – Che bella ficona sugosa, – le disse, chinandosi in avanti e leccandola lentamente. Roberta rabbrividì sentendo la lingua di Romano sul suo sesso. – Sarà un vero piacere farla soffrire, – continuò Romano, spingendo con la lingua fra le grandi labbra umide della ragazza.

Si scostò nuovamente, e prese un’altra manciata di otto mollette. Diversamente dalle altre, queste mollette erano state preparate a coppie, due mollette unite da un forte, corto elastico. Romano prese le grandi labbra di Roberta fra il pollice e l’indice, tirandole brutalmente, e applicandovi una molletta di ciascun paio. Roberta lanciò un gemito, mordendosi le labbra per sopportare il dolore. Romano quindi applicò un’altra molletta a ciascun labbro della vagina
di Roberta. Dal sesso della ragazza ora pendevano quattro elastici, ciascuno con una molletta ancora inutilizzata all’estremità. Con calma crudele, Romano applicò tali mollette ai bordi delle
autoreggenti di Roberta, una per una. Gli elastici erano sufficientemente corti e forti da tirare con decisione le grandi labbra di Roberta verso l’esterno. Quando tutte le mollette furono sistemate, Romano colpì la fanciulla con una violenta pacca sulle natiche nude, e poi le infilò bruscamente due dita nella vagina, spingendo in fondo. – Ti piace, vero, puttana?

– Si, padrone… – mormorò lei, con le lacrime che le rigavano le guance.

– Spalanca le cosce, adesso, – disse.

Roberta obbedì, allargando le gambe. Le mollette tiravano crudelmente le grandi labbra, e ancora una volta dovette mordersi le labbra per trattenere un lamento. Romano si avvicinò per osservare quello spettacolo sensuale. Il clitoride di Roberta era completamente scoperto, e lui lo leccò con calma, facendola rabbrividire.

– Ti sto facendo molto male alla fica, vero? – le chiese, stuzzicandola mentre la leccava.

– Si… signore, – pianse lei.

Romano sorrise e diede tre violenti pacche sul sesso aperto della ragazza, facendola sussultare per l’improvviso dolore. Quindi, prese nuovamente il righello. Prima di colpirla, si spostò accanto al volto della fanciulla, mostrandole l’oggetto. – Ora questo punirà la tua grassa ficona, puttana, – le disse. – Leccalo per dimostrarmi la tua gratitudine per il dolore che sto per infliggerti. Leccalo con amore troia, meglio di come lecchi il cazzo al tuo fidanzato.

Porse l’oggetto a Roberta, che, suo malgrado, dischiuse le labbra e iniziò a leccarlo dolcemente. L’idea di leccare l’oggetto che stava per essere usato crudelmente sulla sua vagina la faceva sentire completamente impotente e sottomessa. Romano osservò quel dolce servizio per un po’, poi ritrasse il righello e tornò dietro alla ragazza. – Conta, – le disse. Quindi, inflisse un primo, secco colpo col righello, di piatto, sulla vagina aperta della fanciulla. Roberta questa volta non riuscì a trattenere un grido di dolore. – Uno… – contò poi. – Fa troppo… male… – piagnucolò, ma Romano inflisse il secondo colpo. – Due…. – contò ancora lei.

Romano arrivò a quattro, senza mai ridurre la violenza dei colpi. Roberta era vicina al limite della sua capacità di sopportare il dolore. Romano se ne rese conto e fece una pausa. – Sei solo tre buchi, due chiappe e due poppe, schiava, ricordatelo. Dillo, avanti, in modo che tu non possa dimenticarlo, – le intimò. Roberta ripeté quella frase umiliante: – sono solo… tre buchi, due… – Romano la colpì di nuovo, strappandole un nuovo gemito di dolore – due… chiappe… e due poppe, signore…

Romano la colpì ancora. – Spero che questa lezione ti sia sufficiente, – le disse poi, riponendo il righello. Girò attorno al tavolo, mettendosi di fronte a Roberta.

– Si… signore… – piagnucolò lei. – Farò tutto quello che mi dirà….

– Esatto. Mi aspetto che ora tu faccia tutto quello che ti chiedo, senza esitazioni né stupide lamentele. Se esiterai a fare ciò che ti viene ordinato, anche un solo secondo, ricominceremo da capo. E’ ben chiaro?

Roberta si asciugò le lacrime. – Si, signore, è chiaro, – disse.

– Molto bene. Scendi dal tavolo, e mettiti a quattro zampe per terra.

Roberta scese subito dal tavolo. Si inginocchiò nuovamente, mettendosi carponi. Vide che Romano prendeva un nuovo oggetto dalla credenza; era un collare per cani, di cuoio nero borchiato, col guinzaglio. L’uomo le si avvicinò e le sistemò il collare al collo. Roberta rabbrividì, temendo che l’uomo stringesse troppo, ma non osando fiatare. Romano chiuse la fibia del collare, e si diresse fuori dal salotto. Roberta lo seguiva carponi, come un cagnolino.

Romano andò in bagno. Quando furono dentro, chiuse la porta con calma, e poi si girò verso Roberta. – Ora, puttana, completeremo la tua punizione umiliandoti. Posso assicurarti che nessuno ti ha mai umiliato come sto per fare… ti farò qualcosa che ti aiuterà a capire chi sei e quanto vali. Ricordati, non tollererò disobbedienze. Non voglio neppure che tu parli. Annuisci se
sei sicura di aver capito bene.

Roberta annuì; la premessa di Romano l’aveva terrorizzata, e tremava visibilmente. Romano sogghignò e, oziosamente, strusciò il piede destro contro i seni penzoloni della ragazza. – Bene, – proseguì Romano. – Siediti sul cesso, a gambe larghe.

Roberta arrossì violentemente. Strisciò carponi fino al water. Si alzò, e vi si sedette come le era stato ordinato. Le mollette le aprivano, dolorosamente, le grandi labbra.

Romano la guardò con calma, accarezzandole il volto, i seni, le cosce e la vagina per un po’ di tempo. Quando la sua mano fu sulla vagina di Roberta, le accarezzò il clitoride. – Ora, Roberta, io piscerò, e tu sarai il mio cesso, – le disse. – Voglio che tu mi guardi negli occhi finché non mi sarò svuotato. – A quelle parole, gli occhi della fanciulla si riempirono di nuove lacrime, ma non osò fiatare. Romano sorrise, soddisfatto, e si slacciò i pantaloni, tirandolo fuori. Si chinò per prenderle le caviglie e sollevarle, costringengola ad appoggiare la schiena contro l’asse sollevata del
water. Quindi, si piegò su di lei, infilando con facilita’ il membro eretto nella vagina spalancata e accogliente della sua giovane vittima. Roberta sentì il membro di Romano che scivolava in
profondità dentro di lei.

Senza dir nulla, fissando gli occhioni umidi di Roberta, iniziò a orinare nella vagina della ragazza. Lei sentì il liquido caldo riempirle il sesso, e scivolare fuori, fra le sue natiche. Roberta non
aveva neppure mai pensato a una cosa del genere; era semplicemente oscena, orribile. Sentì l’odore acre dell’urina di Romano, ma non smise di guardarlo, tremando mentre lui le riempiva la vagina in quel modo disgustoso.

Dopo un po’, il getto si interruppe, e Romano lo sfilò con calma. La guardò con un ghigno. – Non ho ancora finito, puttana, – le disse, avvicinando il bacino al volto di Roberta. Lei avrebbe desiderato
opporsi, implorare di non dover subire quella disgustosa atrocità, ma la paura di essere nuovamente punita era troppa. Docilmente, seppur piangendo, dischiuse le labbra e prese in bocca il membro di Romano. Lui ridacchiò e ricominciò a orinare. – Ingoia tutto, – le disse.
Roberta dovette concentrarsi per resistere all’impulso di rigettare. Con la disperazione nel cuore, mandò giù tutto quello che Romano le stava dando, piangendo in silenzio.

Quando fu soddisfatto, Romano sfilò il membro dalla bocca di Roberta. La ragazza tossì, continuando a piangere. Romano, eccitato, era ben lungi dall’essere soddisfatto. Con calma, si voltò, dando le spalle alla ragazza. – Leccami il culo, adesso, – le ordinò.

Roberta esitò, piu’ per paura di non esserne in grado che per la volontà di opporsi. Si chinò in avanti, e introdusse la lingua fra le natiche dell’uomo, iniziando a leccargli l’ano. L’uomo le prese le
mani, e se le portò al membro. – Masturbami troia, e spingi dentro quella lingua.

Il sapore era disgustoso, ma Roberta ancora si sforzò di non rigettare. Mentre iniziava a masturbarlo con due mani, lentamente, spinse la lingua nell’ano del suo aguzzino, leccandolo più dolcemente che poteva. Sentendo la calda lingua di Roberta nel proprio sfintere, l’uomo gemette di piacere mentre il suo membro si induriva fra le mani della fanciulla. Quando fu vicino al culmine del piacere, si ritrasse e si voltò ancora verso Roberta.

– Ora mettiti accucciata sull’asse del cesso, dandomi le spalle, vacca. E’ venuto il momento di fotterti in culo.

Roberta singhiozzò e si mise nella posizione richiesta. Accucciata, con le ginocchia divaricate, il dolore che le era causato dalle mollette agganciate alle grandi labbra era decuplicato. L’uomo le si
avvicinò, e appoggiò il membro ormai durissimo all’ano delicato della ragazza. Prese Roberta per i seni, stringendoli con forza, e spinse violentemente, penetrandola senza alcun lubrificante. Roberta si lasciò andare a un gemito acuto di dolore. – Muovi il culo, vacca, – disse Romano, – prendi tutto il mio cazzo, se non vuoi essere frustata. –

Roberta obbedì, tentando di compiacere l’uomo, nonostante il dolore che quella posizione e quell’atto le provocavano. Romano continuò a pompare nell’ano della ragazza, selvaggiamente, per diversi minuti. Infine, Roberta sentì che Romano godeva dentro di lei. Gli schizzi del suo sperma sembrarono riempirle il retto. Romano diede ancora alcune spinte, e lo sfilò brutalmente. Roberta rimase immobile. Sentiva l’urina e il seme di Romano che le colavano dalla vagina e
dall’ano.

– Seduta come prima, – le disse.

Roberta tornò a sedersi sull’asse, rivolta a Romano. – Tira fuori la lingua.

La ragazza obbedì. Romano appoggiò il membro sulla lingua di Roberta, e la prese con le dita, strofinandosela sul pene per ripulirlo. Quando fu soddisfatto, lo rimise dentro e riallacciò i
pantaloni.

– Metti le mani lì sotto, – le ordino’ quindi, indicando la vagina e l’ano di Roberta, – e spalmati sulle tette tutto quello che riesci a raccogliere.

Roberta, arrossendo, portò le mani al suo basso ventre. Gocce di sperma e urina stavano ancora colando dai suoi buchi. Spalmò quei liquidi disgustosi sui propri seni. Sentiva l’odore detestabile di
entrambi addosso. Quando i liquidi ebbero smesso completamente di colare, Romano la fece rivestire, senza permetterle di togliere gli elastici o le mollette. Le mollette agganciate ai seni erano chiaramente visibili sotto la maglietta. Romano le fece tenere anche il collare, anche se sganciò il guinzaglio.

Quindi, disse a Roberta che l’avrebbe accompagnata fino al metrò. La ragazza si rese conto che in tal modo non avrebbe potuto liberarsi di quegli umilianti e dolorosi orpelli, ma ancora una volta non ebbe il coraggio di replicare. Romano la accompagnò fino alla banchina del metrò, e la costrinse a salire su una carrozza in cui tutti i posti a sedere erano occupati. Quindi, la salutò, tornando a casa mentre Roberta affrontava il viaggio più umiliante da quando tutto era
cominciato.

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