Roberta ricattata (2010), p.9a – Un weekend in campagna I

Quando Lorenzo rientrò dal suo viaggio all’estero, lui e Romano convocarono Roberta per un sabato mattina, dicendole che avrebbe passato il week-end con loro. Considerando che il fidanzato di Roberta era a militare, e non avrebbe avuto licenze quel finesettimana, trovare una scusa per i propri genitori non fu difficile per lei: disse che sarebbe andata in montagna con alcune amiche. A Roberta fu ordinato, per l’occasione, di indossare un vestitino corto e scarpe con i tacchi, senza mutandine né reggiseno.

Lorenzo e Romano si presentarono alle undici, caricarono Roberta in macchina, e partirono. Roberta fu fatta sedere dietro, mentre Romano e Lorenzo erano davanti. Le fu ordinato subito di allargare le cosce e masturbarsi per tutto il viaggio, prima con le dita, poi con un grosso vibratore. Lorenzo, che era alla guida, non cercò in alcun modo di proteggere Roberta dagli sguardi dei camionisti che li accostavano sulla tangenziale.

Lasciarono la città e si diressero in campagna. Prima di mezzogiorno giunsero a una grande fattoria, dove si fermarono. Quando scesero dall’auto, ad attenderli c’era un gruppo di persone, fra cui il padrone di casa, un contadino tarchiato e barbuto di nome Carlo. Questi fece qualche commento su Roberta, chiamandola “bella maialina”, e disse che non vedeva l’ora di vederla al lavoro. Quindi, li fece entrare. Carlo e Lorenzo condussero Roberta in una camera senza finestre, nel seminterrato, portando con loro una grossa borsa da viaggio.

Al centro della stanza c’era uno sgabello sul quale era stato montato un grosso fallo di lattice rosa, inclinato di circa sessanta gradi in avanti. Roberta vide quell’enorme oggetto e rabbrividì. Lorenzo chiuse la porta alle sue spalle, dando un giro di chiave, quindi si voltò verso Roberta. – Allora, vacca, – le disse, – ora ti spiegheremo cosa ci aspettiamo da te.

Con calma, Lorenzo aprì la borsa e ne trasse un paio di calze nere e un reggicalze, che gettò per terra ai piedi della ragazza. – Prima di tutto, indossa queste, e rimettiti le scarpe.

Arrossendo, Roberta prese gli indumenti dal pavimento. Timidamente, si volse di spalle ai due uomini, e indossò il reggicalze. Nel farlo, non riuscì a evitare di mostrare, per un breve istante, le natiche nude. – Un bel culone da frusta, – commentò Carlo. I due uomini risero, mentre Roberta indossava le calze, per poi rimettersi le scarpe con i tacchi.

– Ora girati, – le disse Lorenzo. Dalla borsa, prese il collare borchiato che Romano le aveva fatto indossare pochi giorni prima. Si avvicinò alla ragazza e glielo allacciò al collo. Roberta rabbrividì. Si accorse che, per qualche motivo, al collare erano stati fissati diversi anelli di metallo.

Lorenzo le accarezzò il volto. – Oggi pomeriggio resterai in questa stanza, – le disse. Le indicò un angolo del soffitto, dove era stata fissata una telecamera. – Quella servirà per tenerti d’occhio e
assicurarci che ti attieni agli ordini che ti verranno dati. Ora, Roberta, inginocchiati di fronte a quello sgabello.

La ragazza, arrossendo nuovamente, obbedì, mettendosi in ginocchio. Il fallo di plastica, da quella prospettiva, appariva ancora più enorme e osceno.

– Fra poco dovrai prendere quell’affare nella fica, – le disse Lorenzo, – perciò, per il tuo bene, ora voglio che lo succhi e lo lecchi. La tua saliva servirà, per quanto possibile, da lubrificante.

Roberta, suo malgrado, si chinò in avanti, e prese la punta del grosso membro di lattice in bocca. Con difficoltà, fece scivolare le labbra giù lungo l’asta. L’oggetto era così grosso che le riempiva
effettivamente la bocca. Iniziò a succhiarlo e leccarlo, cercando di bagnarlo di saliva come poteva. I due uomini, osservando quella splendida ragazza inginocchiata a succhiare l’osceno oggetto, iniziarono a massaggiarsi attraverso i pantaloni. Era un bello spettacolo, ma nulla in confronto a quanto sarebbe seguito.

– Basta così, – disse infine Lorenzo. – Ora alzati, e sieditici sopra. Sai dove lo devi prendere.

Roberta si alzò, tremando. Si mise di spalle allo sgabello e iniziò a chinarsi, facendo in modo che il fallo di plastica fosse posizionato contro la sua fessura. L’oggetto era molto grosso. Sentì che il glande entrava dolorosamente nella sua vagina. Trattenendo le lacrime, cercò di ruotare il bacino per aiutare la dolorosa penetrazione. Lorenzo e Carlo le si avvicinarono.

– Non abbiamo tutto il giorno, – disse Lorenzo, che era dietro di lei, prendendole le mani e trattenendogliele dietro la schiena. Carlo si fece di fronte a lei e la prese per i seni, con una stretta crudele, iniziando a spingerla verso il basso. Roberta gemette di dolore mentre l’enorme fallo si faceva strada dentro di lei. Carlo la spinse giù finché metà dell’oggetto fu penetrato. Quindi, i due la afferrarono insieme e iniziarono a costringerla a muoversi su e giù sull’asta di lattice. A ogni spinta verso il basso, l’oggetto guadagnava qualche centimetro, strappando nuovi gemiti di dolore alla ragazza. Infine, riuscirono a farglielo prendere tutto. Roberta sentì la superficie dello sgabello contro le natiche nude. Non aveva mai preso nulla così in profondità. Il suo volto era già rigato di lacrime. Riprese fiato lentamente, mentre i due allentavano la presa.

Carlo le tirò su la gonna fino ai fianchi, esponendo le cosce e le natiche della ragazza, e la vagina aperta intorno all’osceno cilindro. Lorenzo non le aveva ancora lasciato le mani, e gliele legò dietro la schiena con un sottile spago. Roberta si rese conto che, impalata in quel modo, era rivolta direttamente verso la telecamera nell’angolo.

– Ti piace sentirlo così dentro, vero, puttana? – le disse Lorenzo, spostandosi davanti a lei. – Ora che la tua fica è sistemata, pensiamo alle tue poppe.

Con calma, le slacciò i bottoni superiori del vestitino, fino a scoprirle i seni. Carlo osservava, e fece un fischio di ammirazione quando vide le grosse mammelle nude della loro vittima. Mentre Lorenzo prendeva nuovi oggetti dalla borsa, Carlo iniziò a palparle e strizzarle con la destra, mentre infilava due dita della mano in sinistra in bocca alla fanciulla.

Lorenzo si riavvicinò a Roberta con un rotolo di nastro adesivo e due catenelle. Ciascuna delle catenelle aveva un piccolo moschettone a un’estremità e una molletta di metallo all’alta. Lorenzo fece un cenno a Carlo, che prese i seni di Roberta per i capezzoli, tirandoli con forza verso l’esterno e verso l’alto. La ragazza gemette di dolore. Lorenzo sollevò l’estremità del nastro adesivo e iniziò ad avvolgerlo attorno ai seni nudi della ragazza, alla base, legandoli stretti. Fece due giri di nastro, prima di strapparlo dal rotolo. I seni di Roberta erano forzati in una morsa crudele, stretti alla base, e sporgevano verso l’esterno gonfi e rotondi.

Lei stava ancora piangendo e lamentandosi sommessamente, e Lorenzo decise di applicare anche un bavaglio di cuoio, con il quale tappò la bocca di Roberta, allacciandolo dietro la nuca della ragazza. Roberta era visibilmente spaventata. Si rendeva conto che quegli uomini avrebbero potuto farle qualunque cosa, anche del male. Era completamente in loro balia.

Lorenzo passò alle catenelle. Agganciò i moschettoni a due anelli nel collare di Roberta, fissando la ragazza negli occhi. Le mollette, ovviamente, furono agganciate ai capezzoli. Era lo stesso genere di mollette che aveva usato anche Romano; strette e dolorose. Roberta sentì i propri capezzoli, già gonfi per il modo in cui le erano stati legati i seni, venire dolorosamente schiacciati in quelle morse di metallo. Le catenelle erano regolabili in lunghezza, e Lorenzo le fece scorrere finché entrambe non furono sufficientemente corte da tirare visibilmente i capezzoli di Roberta verso l’alto.

Lorenzo e Carlo fecero un passo indietro per osservare quello spettacolo. Una ragazza stupenda, legata in modo crudele, con quelle calze e i tacchi alti, e quei grossi seni gonfi, non poteva lasciare
indifferenti. – Ora, Roberta, – disse Lorenzo, massaggiandosi attraverso i pantaloni, – comincia a scopare quel coso di plastica. Voglio vederti prenderlo con gusto, su e giù, come una cagna in calore.

La ragazza era quasi al limite della sua capacità di sopportare il dolore, ma cercò di obbedire. Debolmente, iniziò a muovere il bacino su e giù sull’orribile oggetto che le violentava la vagina. Carlo e Lorenzo potevano vedere le sue grandi labbra, oscenamente aperte dal grosso fallo, scivolare lungo di esso aprendosi e richiudendosi mentre lei scendeva e risaliva.

– Benissimo. Ora ti spiegheremo cosa ci aspettiamo da te, – disse quindi Lorenzo. – Tu continua a scopare quel cazzone. Hai sentito?

Roberta, suo malgrado, annuì. Ogni movimento su quell’asta di lattice le procurava nuovo dolore, non solo alla vagina, ma anche ai seni, resi ipersensibili dalla stretta morsa del nastro adesivo e delle mollette.

– Questa sera, verrai esibita a un gruppo di nostri amici, – disse Lorenzo. – La scena verrà ripresa, e molti degli spettatori hanno pagato per vederla, perciò dovremo essere molto severi se la rovini comportandoti male. E’ chiaro?

Roberta spalancò gli occhi, ma non poté che annuire.

– Carlo, – disse Lorenzo, – questa troia in genere ha bisogno di qualche stimolo per ascoltare bene gli ordini che le vengono impartiti. Che ne dici di occuparti del suo culone mentre vado avanti?

Carlo sorrise, avvicinandosi alla ragazza. Si mise di fronte a lei e si slacciò la cintura, sfilandola. – Me ne occuperò molto volentieri, – disse. Si spostò di fianco a lei, e le si avvicinò all’orecchio. – Fra poco, – le sussurrò, – le tue grosse chiappe saranno in fiamme. Mi dispiace, ma sembra che sia necessario per farti fare la brava.

Prima di spostarsi dietro di lei, si chinò per leccare i seni legati della ragazza. Roberta rabbrividì mentre la lingua di Carlo scivolava sulla sua pelle nuda. Quindi, l’uomo morse leggermente una mammella di Roberta, strappandole un mugolio di dolore, appena soffocato dal bavaglio di cuoio. Carlo rise e si spostò dietro di lei, piegando la cinghia in due. Mentre Roberta continuava a impalarsi sul fallo di lattice, lui iniziò a colpirla sulle natiche nude.

Lorenzo riprese. – Allora, Roberta, dicevamo… – disse. – Ora ti spiegherò come comportarti questa sera. Sappi che se non fai come ti dico, e rovini lo spettacolo, dovremo replicare domani sera. Non ti riporteremo a casa finché non avrai fatto quello che vogliamo da te, anche a costo di andare avanti tutte le sere della prossima settimana. E’ chiaro?

Roberta chiuse gli occhi per una violenta cinghiata sulle natiche, e poi annuì. Le lacrime bagnavano il bavaglio di cuoio.

– Bene, – continuò Lorenzo. – Regola numero uno: obbedire. Qualunque ordine tu riceva, per quanto doloroso o umiliante ti possa sembrare, dovrai obbedire senza esitare nemmeno un secondo, senza protestare, e senza implorare o piagnucolare. In genere siamo tolleranti delle tue
stupide suppliche, ma non questa sera. Fai quello che ti viene chiesto, fallo subito, e fallo bene. Non sto scherzando. E’ chiaro?

Roberta annuì ancora. – Non ne sono convinto, – disse Lorenzo, facendo un gesto a Carlo. Gli indicò i seni di Roberta. L’uomo, sorridendo sadicamente, si spostò di fianco a lei e le assestò una
cinghiata sulle tette nude e legate. Roberta fece un lungo mugolio di dolore, chiudendo gli occhi mentre numerose lacrime le rigavano le guance.

– Sei sicura che sia chiaro, puttana? – insistette Lorenzo.

Roberta annuì disperatamente, temendo una nuova cinghiata sui seni doloranti. Lorenzo annuì, e fece un altro cenno a Carlo, che tornò a occuparsi delle natiche della ragazza.

– Secondo, qualunque ordine tu riceva, devi rispondere “si, padrone”.

Roberta annuì ancora.

– Bene, – disse Lorenzo. Roberta si rese conto con sollievo che le regole erano già finite. Poche, ma terribili, perché preannunciavano l’inferno per lei. Carlo smise di colpirle le natiche.

– Oggi pomeriggio, – continuò Lorenzo, – starai qui, su questo sgabello, e scoperai questo coso, lentamente, tutto il giorno. Là sulla parete c’e’ un orologio. Vogliamo che tu abbia almeno un orgasmo ogni ora.

Roberta annuì ancora, fra le lacrime.

– Durante il giorno, avrai numerose visite. In particolare, verranno molti uomini. Quello che faranno questi uomini sarà toglierti il bavaglio e scoparti la bocca. Noi controlleremo da quelle telecamere. Vogliamo che tu implori ciascuno di questi visitatori di farti bere la sua sborra, e che ti impegni a succhiarli come se bere la loro sborra fosse la cosa che desideri di più al mondo. Questo sarà abbastanza vero, perché per ognuno di loro che esce da questa stanza senza
essere venuto, farai un pompino a uno dei maiali di Carlo per compensare.

Roberta spalancò gli occhi, scuotendo il capo e gemendo.

Lorenzo le si avvicinò, portandosi dietro di lei. Le allargò le natiche con calma, e le infilò un dito, bruscamente, nell’ano, sussurrandole nell’orecchio: – si, puttana, sto parlando di veri maiali a quattro zampe. Ne farai sborrare uno per ogni uomo che esce di qui insoddisfatto. E’ per questo che ti ho chiesto due volte se avevi capito bene, che devi obbedire, perché è importante che tu ti renda conto che ti verranno dati ordini che troverai ripugnanti, e obbedirai lo stesso, o sarà molto, molto peggio per te.

Crudelmente, piegò il dito a gancio nell’ano di Roberta, e tirò verso l’alto. – E’ chiaro, sei sicura? – Roberta gemette di dolore, annuendo disperata. Lorenzo sfilò il dito, le scostò il bavaglio, e glielo mise in bocca. La ragazza, terrorizzata dalle minacce che aveva subito, lo succhiò docilmente,
ripulendolo con cura nonostante l’acre sapore.

Lorenzo sorrise, risistemando il bavaglio, e le diede una serie di sculacciate. – Fammi vedere che sei la brava bambina di papà, – le disse, – ed eviterai il peggio. Ricordati che quello che avverrà oggi pomeriggio è solo la preparazione alla serata.

Detto questo, i due si avviarono alla porta. Roberta li vide uscire e sentì la porta che veniva richiusa a chiave dall’esterno. Sola, dolorante, disperata, alzò gli occhi bagnati di lacrime alla
telecamera, e ricominciò a muovere il bacino lentamente, facendo scivolare il fallo di lattice dentro di se, facendosi prendere fino in fondo.

Entro l’ora successiva, dolorosamente, con fatica, riuscì a raggiungere un orgasmo. Per essere certa che la telecamera lo testimoniasse, gemette e mugolò e si impalò sul fallo di lattice nel
modo più osceno e lascivo possibile.

Poi iniziarono ad alternarsi gli uomini, come aveva preannunciato Lorenzo. In genere, erano braccianti della fattoria. Entravano, la guardavano, la toccavano, gustando i suoi seni, le sue natiche, strofinando le grandi labbra della sua vagina e il clitoride. Quando la toccavano, Roberta cercava di sfruttare quei toccamenti per eccitarsi, e un paio di volte riuscì a venire mentre una mano le frugava la fica piena di quell’osceno cazzo di plastica. Dopo averla toccata, le slacciavano il bavaglio, e Roberta li implorava di sborrarle in bocca, di farle mangiare il loro sperma, usando, per compiacerli, il linguaggio più volgare di cui era capace. Gli uomini le mettevano il cazzo in bocca, le scopavano la bocca a fondo. Per motivi che lei poteva immaginarsi in modo vago, però, nessuno di loro le venne in bocca. Invece, depositavano il loro carico di sperma in un vasetto. Dopodiché, si pulivano il membro sul suo volto o nei suoi capelli, le rimettevano il bavaglio, e se ne andavano.

Nel tardo pomeriggio fu visitata anche dal padrone di casa, Carlo. Quando lo vide entrare, Roberta sussultò. L’uomo conduceva con sé due grossi cani, ed era accompagnato da un nero con un vasetto e guanti di plastica. Roberta guardava il gruppo terrorizzata. Il nero, che si chiamava Rick, era un dipendente di Carlo. A un ordine del padrone, Rick aprì il vasetto. Roberta riuscì a leggere l’etichetta del vasetto: era cibo per cani. Rick ne prese un po’, con le mani, e iniziò a spalmarlo sulle grandi labbra della ragazza. Lei gemette, ma non osò far nulla che potesse indispettire il crudele padrone di casa. Mentre Rick spalmava il contenuto del vasetto sulla sua vagina, anzi, cercò ancora di eccitarsi per venire come le era stato chiesto, senza riuscirci.

Rick spalmò un’altra manciata di cibo per cani fra le natiche nude di Roberta, concentrandosi sul suo ano. Carlo, per il momento, si limitava ad assistere. Quindi, Carlo e Rick condussero i cani rispettivamente davanti e dietro la ragazza legata. Attratti dall’odore del loro cibo, i due animali iniziarono a leccarle la vagina e l’ano. La ragazza non poteva opporsi a quel trattamento
umiliante.

Mentre i cani la leccavano, Carlo le slacciò il bavaglio. – Vi prego… – mormorò subito lei. – Vi prego, riempitemi la bocca di sborra… voglio bere tutta la vostra calda sborra….

Carlo sorrise, accarezzandole il volto. Fece un cenno a Rick, che prese un’altra manciata di cibo per cani. – Sei disposta a tutto per avere la nostra sborra, vero, puttana? – le disse Carlo. Lei annuì. – Si, vi prego… farò qualunque cosa per la vostra sborra…

– Per cominciare, allora, – disse Carlo, – abbiamo del cibo adatto a te. Rick, dalle da mangiare.

Rick le si avvicinò con la mano piena di cibo per cani. Roberta piangeva ma accolse obbediente la mano di Rick in bocca, succhiando la disgustosa pappetta dalle sue dita. Sentiva il sapore pungente del cibo per cani e il sapore del lattice dei guanti che Rick indossava. Trattenendo a fatica l’impulso di rimettere, inghiottì tutto, leccando le dita del nero. Carlo rideva e le sculacciava i seni. – Brava cagnetta, – le diceva. Le lingue dei cani continuavano a stimolarle la vagina e l’ano. Il primo strato di cibo era finito, e le loro lingue ruvide spingevano più forte.

Quando Roberta ebbe esaurito il cibo che le era stato offerto, la costrinsero a bere mezza bottiglia d’acqua per risciaquarle la bocca. – Vi prego, – continuava lei, – ora date a questa puttana la sborra di cui ha bisogno…

– Non ancora, cagnetta, – disse Carlo. – I miei adorati cani pastori ti stanno leccando quei sudici buchi da diversi minuti, e sarebbe molto offensivo se tu non dimostrassi di apprezzare questo
trattamento. Voglio vederti venire mentre ti leccano.

Roberta esitò. – Si, padrone, – mormorò poi, ricordando gli ordini di Lorenzo. Suo malgrado, cercò di concentrarsi sull’osceno piacere che gli animali le procuravano leccandola in quel modo. Suo malgrado, spostò il bacino leggermente in avanti per permettere al cane che le stava leccando la vagina di strusciare la sua lingua secca sul suo clitoride. Carlo e Rick guardavano, ridendo e palpandole le tette, strizzandole con forza.

Dopo un tempo che le parve interminabile, Roberta sentì che stava raggiungendo l’orgasmo tanto desiderato quanto degradante. Quando il suo corpo fu scosso dal piacere, si sentì sporca come non si era mai sentita prima. La sua umiliazione fu accentuata dalla incredibile violenza di quell’orgasmo. Mugolando e agitandosi, riversò il capo all’indietro, mentre i suoi seni arrossati erano scossi dai brividi che le attraversavano il corpo e dal suo ansimare incontrollabile.

– Molto bene, – disse Carlo, quando lei si fu ripresa. Con calma, si slacciò i pantaloni e le mise in bocca il membro. Trattenendola per i capelli, iniziò a pompare con violenza nella bocca passiva della fanciulla. I cani avevano completamente ripulito gli orifizi di Roberta e si ritrassero. Carlo le prese la bocca a fondo per un tempo lunghissimo. A differenza di quanti l’avevano preceduto, Carlo non usò il vasetto. Al momento del piacere, lo tirò fuori e si chinò su di lei, prendendosi in mano il membro e orientandolo verso la vagina di Roberta. Scaricò numerosi abbondanti getti di sperma, insozzandole il pelo e le grandi labbra.

Quindi, Carlo lasciò il posto a Rick. Il nero tirò fuori un enorme membro d’ebano, lungo, lucido, duro. Senza dir nulla, lo infilò in bocca a Roberta, spingendolo fino in gola. La ragazza ebbe l’impressione di soffocare, e, istintivamente, deglutì, prendendo il glande di Rick dentro la gola. L’uomo iniziò a scoparle la gola con violenza. Roberta non aveva mai preso un membro maschile di simili dimensioni; il suo volto, con le labbra aperte attorno a quel mostro, era uno spettacolo, e Carlo suggerì a Rick di spostarsi leggermente per mostrare meglio l’azione alla telecamera.

Quando Rick fu prossimo all’orgasmo, lo tirò fuori. Evidentemente a lui non erano riservati gli stessi privilegi del padrone di casa, perché dovette recuperare un vasetto che teneva in tasca e scaricarsi lì dentro, riempiendone un buon quarto di denso sperma giallognolo.

– Non temere, puttana, – disse Carlo, – avrai quel delizioso sperma molto presto.

I due rimisero il bavaglio a Roberta. – Saluta Red e Magnus, – disse Carlo a Roberta, indicando i due grossi cani. – Rivedrai presto anche loro.

Con questa frase, Carlo e Rick lasciarono la stanza, conducendo via anche i cani. Roberta rimase sola. Piangendo, guardò l’orologio. Mancavano ancora due ore, e due orgasmi, all’inizio della sua serata speciale.

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